
ROAD TO SAN FRANCISCO: FRANCESCO PIO PERO
AquaDex Entry N°6: “La pressione è un’opportunità per fare qualcosa di grande: voglio lasciare il segno nella storia di questo gioco”
INTERVISTA
Elena La Verde
8/18/202628 min read
Da bambino, cresciuto a pane e Pokémon, che giocava a Pokémon Platino prima ancora di imparare a leggere, ad essere uno dei giocatori più lucidi, determinati ed ecclettici della scena internazionale e mondiale del competitivo Pokémon.
Francesco Pio Pero, noto a tutti nella community come Cicciott, è reduce da una stagione straordinaria che lo ha visto trionfare al NAIC (North America International Championships) e conquistarne una Top 4 all'EUIC (European International Championships). Ora si sta preparando ad affrontare uno degli appuntamenti più importante della sua carriera: il Mondiale a San Francisco. Ci va con le idee chiare: non vuole solo vincere, ma vuole incidere la storia su questo suolo e vuole lasciare il segno.
Alte aspettative e alte pressioni? No, perché i “la pressione è un’opportunità per fare qualcosa di grande” e “i diamanti nascono sotto pressione”, come lui ama ricordare. Un'intera vita dedicata a giocare competitivo Pokémon, da una passione trasmessa e coltivata dai fratelli maggiori, fino a diventare un lavoro in tutti i sensi. Un modo unico di giocare e di interpretare il gioco, che passa anche attraverso una personalità dirompente: sul palco, lo si vede passare con disinvoltura dall'eleganza della maglia ufficiale a un'inaspettata modalità d’attacco, con la sciarpa dei nonni sul volto tirata su fino al naso e il coprifronte di Naruto a fare da scudo.
Dietro la figura iconica e i successi sul campo, non ci sono soltanto intuizioni geniali sul campo di battaglia e un'inconfondibile "cazzimma" partenopea, ma c’è un'impalcatura fatta di rigore, sacrificio e gestione mentale. A poche settimane dal Mondiale, ho avuto modo di parlare con Ciccio, a telecamera spenta e solo microfono accesso, scelta voluta, per avere una lunga e densa chiacchierata intima e senza filtri, e per dare unicamente spazio al valore delle sue parole. Perché oltre il campione, c’è di più.
Chi è davvero Francesco Pio Pero quando spegne la console e affronta la vita quotidiana?
Nelle righe che seguono, Francesco si è raccontato a cuore aperto: dall'equilibrio tra vita privata e carriera competitiva, ai retroscena tattici del nuovo metagame di Pokémon Champions, passando per il peso delle aspettative, il timore del burn-out, il legame viscerale con la sua famiglia, fino alla costante ricerca di quel fuoco interiore necessario per rimanere sul tetto del mondo. Un viaggio intenso nella vita di Francesco, che ci dimostra come alla base di ogni traguardo straordinario, in realtà c'è spesso qualcosa di estremamente semplice: "Alla fine, sono un ragazzo normalissimo, solo con una passione spropositata, che ci ha creduto più di altri”.
A poche settimane dal Mondiale
Ciao Francesco! O preferisci che ti chiami Ciccio? Non so se possa suonarti troppo familiare.
Va bene Ciccio, ti ringrazio.
Voglio partire da una domanda semplice: come stai in questo periodo, a poche settimane dal Mondiale?
Sto bene, mi sono preso un weekend di relax al mare prima che iniziasse questo rush finale. In generale cerco di prepararmi al Mondiale, provando a tenere la mente il più sgombra possibile.
Aspetta. Mi stai dicendo che c’è davvero spazio per una pausa nella tua vita da giocatore professionista? Perché sembra che in realtà non esistano.
Nella routine di chi compete ai livelli alti della propria regione - europea o americana che sia - il tempo che si può dedicare ogni giorno al videogioco arriva presto a un limite: non puoi giocare troppe ore, perché fa male. Devi distribuire la preparazione in piccole dosi e aumentarle a mano a mano che il torneo si avvicina, almeno per me funziona così. Il giocatore forte, quello che ha davvero una chance di vincere il Mondiale, non sta incollato al gioco tutto il giorno. Quindi di tempo libero, in realtà, ce n'è parecchio, ed è quel tempo che va usato bene: ti permette di arrivare alle ore di pratica fresco e lucido.
Le ore libere le riempio con altro: studio, palestra, tempo con gli amici, qualunque cosa mi porti a pensare a tutt'altro. Se giochi solo a Pokémon finisci nel tunnel e pensi soltanto a Pokémon; fare altro ti restituisce punti di vista nuovi anche sul gioco stesso.
Dai, sei di Mondragone, hai il mare a pochi passi, e se sei amante del mare, hai la comodità di poter staccare facilmente!
Esatto, ho la comodità di stare vicino al mare ed è un ottimo elemento di routine. Però ti dico, più ci si avvicina ad un torneo importante, più tutto, anche il tempo libero, va forzato e finisce in funzione della preparazione: se vado al mare, ci vado apposta per staccare la testa, sapendo però che con la testa ci resto comunque un po' lì.
“La pressione è un’opportunità per fare qualcosa di grande”
Al Mondiale, ti presenti come il campione in carica del NAIC (North America International Championships) di quest’anno e sei tra i giocatori più osservati della stagione. Senti addosso la pressione? Una pressione più esterna, fatta da aspettative altrui, o una pressione più interna, quindi più personale?
La pressione, per me, significa che stai facendo qualcosa di buono. Se la gente ha delle aspettative nei tuoi confronti vuol dire che hai talento, o che comunque hai già dimostrato di essere bravo in quello che fai, e ora si aspetta lo stesso risultato. A me non è mai fregato niente delle pressioni esterne: sapevo di avere le carte in regola per vincere un torneo importante, e col tempo questa cosa si è confermata più volte. Ho continuato a lavorare, a migliorare dove serviva, finché non è successo.
Per me la pressione è più che altro un'opportunità per fare qualcosa di grande: un risultato al Mondiale andrebbe a coronare una delle stagioni migliori di sempre. Voglio lasciare il segno nella storia di questo gioco. So che è quasi impossibile vincere due tornei internazionali di fila, per la varianza altissima che caratterizza il VGC. È successo raramente in passato, mai al Mondiale.
Il bilancio di una stagione incredibile
Io te lo auguro! Sarebbe la ciliegina su una stagione che per te è stata incredibile. I tuoi migliori risultati provengono dai più grandi tornei internazionali al mondo. Parlano da soli: Top 32 al LAIC, Top 4 all’EUIC e Campione del NAIC, solo per citare i più importanti. Puoi dirti soddisfatto di questa stagione o c'è qualcosa che cambieresti?
Non cambierei niente, perché tutto quello che ho fatto mi ha portato a migliorare come giocatore - di rimpianti non parlo. "Soddisfatto", però, è una parola pericolosa nel nostro ambiente: se vuoi vincere devi vincere tutti i tornei, quindi devi anche imparare a non essere mai soddisfatto. Vincere il NAIC non significa che ora posso rilassarmi; allo stesso modo, un brutto risultato al Mondiale non cambierebbe la stagione che ho fatto, né il giocatore che sono. Ma questo non deve portarmi ad abbassare la guardia, e sto lavorando proprio per evitarlo.
Io poi non credo di essere più forte, dal punto di vista della pura abilità, di molti giocatori della top 16 europea o della top 32 del NAIC. La differenza, a un certo livello, la fa il mindset: con quale approccio affronti il torneo, anche quando sembra che l'avversario stia avendo la meglio. Devi continuare a spingere, ed è lì che si fa la differenza. Per vincere un torneo non basta la skill: ci devi credere quasi in maniera irrazionale, gli americani la chiamano delusional, devi essere convinto di una cosa che ancora non esiste, finché non la fai diventare realtà.
Detto questo, se ti sei preparato bene, se sei arrivato al torneo nella condizione perfetta, con squadra pronta, testa a posto, dettagli curati fino alla colazione della mattina e senza dimenticarti la Switch, allora non c'è spazio per l'insicurezza. L'insicurezza nasce quando non ti sei preparato adeguatamente. Se hai fatto tutto quello che potevi fare, resta solo da eseguire.
Poi in generale mi piace molto giocare: riesco a isolare tutte queste sovrastrutture – pressione, soddisfazione, aspettative – e concentrarmi solo sul divertimento del gioco in sé. Ed è quello, alla fine, che mi tiene lucido.
Chiarissimo. Quando competi ad alti livelli, ogni dettaglio può fare la differenza nei momenti più incisivi. E a proposito: c’è stato davvero un momento esatto in cui hai capito che questa sarebbe stata la TUA stagione?
Sì, abbastanza presto. A Lille ho chiuso con uno score di 5-3, fuori dai piazzamenti che contavano. La settimana dopo avevo Danzica, quindi soli quattro giorni per preparare un torneo completamente nuovo e considera che si parte il venerdì, un evento a distanza di appena una settimana dal precedente. In quei quattro giorni ho costruito la squadra per Danzica, e lì ho perso la win-and-in ma ho giocato quella che considero una delle partite migliori della mia carriera, chiudendo comunque in top 32. È un dato che la dice lunga sulla difficoltà di questo gioco: ho fatto una prestazione secondo me superiore al risultato, con grandi giocate di cui mi accorgevo mentre le facevo. Quando sono tornato a casa, ricordo con precisione di aver detto a mia madre: “Sta per arrivare il momento, sta per arrivare qualcosa”. L'ho pensato lì, per la prima volta.
Ne ho avuto conferma a Birmingham, di nuovo con uno score di 9-3: la squadra aveva ancora dei problemi di composizione, alcune sconfitte erano figlie di matchup negativi più che di errori miei, ma anche lì il 9-3 mi dava la sensazione di essere in forma, di fare prestazioni ottime pur senza il risultato finale. Al torneo successivo, all’EUIC, ho fatto top 4. Quindi fin dall'inizio della stagione avevo la sensazione di avere quel qualcosa in più necessario per fare bene, ed è arrivato dopo essermi schiantato con un 5-3 a Lille. Anche quello è servito: sbattere la testa, assaggiare il sapore del suolo, è importante per trovare la motivazione giusta e capire cosa migliorare per la volta dopo.
Se devo scegliere un torneo simbolo, dico Danzica: l'ho preparato in quattro giorni con una squadra onesta, non fortissima, senza matchup automatici. Ogni vittoria lì era sudata, guadagnata a suon di outplay sull'avversario. Ricordo in particolare un turno, al nono round del primo giorno: stavo per perdere, ho fatto una rimonta incredibile ma senza riuscire a recuperare. E poi il round successivo, il primo del secondo giorno, contro un matchup che sulla carta non era favorevole: al primo turno ho mandato in campo il mio Kilowattrel, che ha l'abilità Tenacia (Competitive), e l'avversario ha risposto con Incineroar, dandomi gratis il +2 in Attacco Speciale grazie a Prepotenza (Intimidate). L'ho predetto esattamente, ho letto il turno in cui avrebbe portato in campo quel Pokémon. Quella lettura mi ha dato molta fiducia per il resto della stagione: anche nei tornei successivi, quando non ho fatto top cut, sono comunque arrivato spesso a una vittoria di distanza dal farcela.
L’equilibrio tra carriera competitiva e vita personale? “Non è una cosa che nasce dall'oggi al domani”
Per avere risultati così importanti, immagino che ci sia tanto lavoro dietro. Come fai a conciliare tutto: la carriera da giocatore professionista e tutto ciò che ne deriva, come il coaching e la preparazione ai tornei di altissimo livello, insieme agli impegni personali e alla tua vita privata, senza rischiare di andare in burn-out?
Io studio all'università, lavoro, faccio coaching, scrivo articoli di guida, che mi portano via parecchio tempo, e mi alleno fisicamente, perché lo ritengo importante per competere ad alto livello ed essere in forma.
L’equilibrio non è una cosa che nasce dall'oggi al domani, e io ci ho messo anni per trovarlo. Alla base, ci vuole molta organizzazione: banalmente, costruire una schedule, una routine. Io all'inizio giocavo e basta, mi avanzava un sacco di tempo, e mi sono reso conto che non potevo passare tutta la giornata sul gioco perché sarebbe stato controproducente. Ho affiancato lo studio al gioco, e col tempo ho costruito una routine appunto – un calendario molto specifico nei periodi più impegnativi – che mi permette di fare tutto quello che voglio fare. D'estate, per esempio, è più leggero; durante l'anno, tra università e sessioni d'esame, è tutta un'altra storia.
Il gioco resta la priorità, perché fortunatamente riesco ad avere una carriera nel videogioco - un privilegio, soprattutto in Italia - che mi permette di fare quello che mi piace. Per equilibrare il resto sono consapevole di non poter dedicare allo studio tutto il tempo che vorrei, e costruisco la routine di conseguenza: prima definisco quanto lavoro e quanta preparazione richiede la competizione del momento, poi alle ore restanti ci metto lo studio. Non vivo con il rimpianto di non aver studiato abbastanza o di non avere fatto altro: faccio le cose con il monte di ore che ho a disposizione.
Direi, sei umano, la giornata è di 24 ore per tutti.
Sì, ormai è una cosa che vivo con abbastanza serenità, ne sono consapevole.
C'è un'altra cosa importante che questo gioco insegna: non puoi fare le cose al 55%. Non puoi giocare e nel frattempo avere l'attenzione altrove, non quando devi preparare un torneo importante, un Internazionale o il Mondiale. In quei periodi il focus è tutto sul gioco, perché fare le cose a metà porta a fare "ok" in entrambe, ma tu non vuoi fare ok, vuoi vincere. Quindi alterno periodi di concentrazione totale sul videogioco, quando c'è un torneo vicino, a periodi in cui il focus torna sullo studio.
Adesso, per esempio, sono concentrato sul Mondiale e ho lasciato più tempo libero possibile nella giornata. Ma quel tempo va comunque riempito, altrimenti sprechi energie mentali a decidere cosa fare nel momento in cui dovresti già farlo. Se non so cosa fare – se torno a casa dall'università e devo pensare se studiare, giocare, lavorare o andare in palestra – quella scelta consuma tempo ed energia, e la fai in modo disordinato. Se invece hai già programmato tutto, agisci e basta, seguendo la tua tabella di marcia. Non significa spegnere il cervello, anzi: significa dargli meno carico, altrimenti diventa un macello.
E come hai imparato a trovare questo equilibrio?
Questa cosa l'ho imparata con il tempo, e l'ho imparata facendo schifo: arrivi in palestra stanco e ti fai male, arrivi all'esame impreparato e fai schifo, arrivi al torneo impreparato e fai schifo lo stesso. Mi è successo in ogni ambito, tantissime volte, ed è da lì che ho iniziato a chiedermi come evitarlo la volta successiva.
Non è che ora vada sempre bene, faccio ancora schifo, a volte – ma ho imparato ad applicare lo stesso ragionamento del gioco anche fuori: se perdo per una sfortuna in-game non posso dare la colpa al gioco, così come non posso dare la colpa al professore se capito in una giornata storta.
Ci riprovi la volta dopo, e impari. Se qualcun altro prima di te c'è riuscito – a vincere quel torneo, a passare quell'esame – vuol dire che ci puoi riuscire anche tu; e se non c'è riuscito nessuno prima, puoi essere tu il primo. Se ti dai per vinto, invece, è finita davvero.
La “cazzimma” di Cicciott
Molti parlano di mentalità. Il termine più giusto per te non è mentalità. C’è una parola partenopea bellissima che ti descrive bene: cazzimma. Se io penso ad una persona con cazzimma, io penso a te. Guardandoti giocare, lo si percepisce chiaramente. Vuoi provare tu a spiegare ai lettori, a parole tue, cos’è la cazzimma?
Ti rispondo come insegnano a tutte le persone del Sud. Cos’è la cazzimma? Non te lo voglio dire. Quella è la cazzimma! (ridiamo insieme – Ciccio per spiegare il significato della parola cazzimma ha citato la celebre battuta dell’attore Alessandro Siani, ndr).
Secondo te con la cazzima ci nasci, o la acquisisci con l’esperienza?
Sono dell'idea che chiunque abbia una capacità di apprendimento, possa costruirsi certe caratteristiche, da bambino come da adulto. Non credo che si nasca fatti in un certo modo. Crescere in determinati ambienti può portare a sviluppare un'attitudine più competitiva, più attenta, rispetto a chi vive senza troppe preoccupazioni e dà le cose per scontate; ma tante cose si tirano fuori con l'allenamento e mettendosi in gioco. Io stesso, all'inizio, non ero forte quanto altri giocatori a parità di anni di competizione: il mio primo Major nella categoria Master è arrivato nel 2022, più tardi di altri che magari avevano cominciato prima di me. Ma chi si migliora costantemente prima o poi raggiunge, e spesso supera, chi è partito avvantaggiato.
È un po’ lo stesso discorso che facevamo prima sulla pressione.
Esatto. C'è un detto inglese che mi piace: “Diamonds are made under pressure” (I diamanti si realizzano sotto pressione, ndr). Vale nel lavoro, nello studio, nello sport: le scadenze, le pressioni, servono a spingerti a metterti in gioco, a fare più pratica possibile nel minor tempo possibile. E noi esseri umani siamo estremamente adattivi: sotto pressione, spesso, riusciamo a superare le nostre stesse aspettative. Non mi risulta che qualcun altro, prima di me, abbia mai vinto due coppe internazionali di fila – l'ho fatto io, e questo mi fa pensare che potrei essere il primo a vincerne anche tre. È un pensiero quasi obbligato, ed è quella, tra virgolette, la pressione di cui parlavamo prima: un'opportunità, perché significa essere in una posizione privilegiata per fare la storia di questo gioco.
La gestione dell’imprevisto
Prima abbiamo anche parlato di organizzazione e routine in vista di un torneo importante. Ma degli imprevisti? Come si gestisce mentalmente quando una partita prende una brutta piega e gira male per un colpo sfortunato di RNG? A tal proposito, credo che qualche consiglio da parte tua possa profondamente essere utile ai giocatori, anche ai meno esperti.
Semplicemente, devi accettarlo, non puoi farti condizionare: se ti fai influenzare da una sfortuna consumi solo altra energia utile al resto del torneo. Devi portarti dietro la sconfitta e pensare alla partita successiva, perché non c'è modo di cambiare quello che è già successo. Certo, molte volte la sfortuna si può anche prevenire: al netto di essere stato sfortunato, magari c'era una giocata che potevo coprire meglio prima, e non l'ho fatto. Quindi non è questione di flagellarsi, ma di essere oggettivi: spesso significa che potevi fare meglio. Altre volte, semplicemente, vieni sfortunato e basta, e va accettato come parte del gioco.
In realtà è anche una cosa positiva. La varianza, nel VGC, ti permette di ottenere vittorie molto grandi: se non ci fosse, come negli scacchi, vincerebbe sempre e solo il più forte in assoluto, punto. Nel poker come nel VGC, invece, la varianza permette a un giocatore di vincere tanto anche senza essere il più forte in senso assoluto – ed è quello che io penso sia successo a me: non credo di essere il più forte in questo gioco, ma di aver trovato la squadra giusta, e poi di aver incastrato la sequenza giusta di eventi.
Ci sono tantissimi giocatori fortissimi, anche i più grandi campioni della storia di questo gioco, che tirano sfortune clamorose in streaming – se ne potrebbero fare esempi a memoria per praticamente tutti i top player attuali. Ed è ovvio che, allo stesso modo, quell'aspetto permette anche a loro di vincere matchup che altrimenti non avrebbero vinto. Bisogna accettarlo quando capita a proprio favore, portare a casa il round vinto per fortuna quando la ruota gira bene, ed essere oggettivi quando gira male. Se vuoi restare ad alto livello, altrimenti il gioco diventa troppo complicato da reggere mentalmente.
Quando diventa una questione di stile, non di gioco
Ho una domanda sul tuo stile non di gioco, ma di abbigliamento. Ho notato che di solito per un torneo ti vesti sempre in modo elegante, con la maglia della squadra tenuta in un certo modo, la collana in vista, sei elegante.
Poi però cambi: quando ci avviciniamo nelle fasi più avanzate del torneo, a volte ti ho visto indossare il coprifronte di Naruto, che mi ricordi Kakashi, altre volte ti avvolgi una sciarpa al viso fino a coprire il naso. E in quei casi, mi sembri un ninja, pronto a spaccare tutto.
Ecco, questa modalità è voluta? Dimmi la verità. È strategia, un modo per far pressione sull’avversario e incutere timore. O è personalità, e ha un significato più particolare? Ad ogni modo, sei indubbiamente iconico.
In parte, banalmente, nasce per gioco con gli amici, sono loro che mi conciano così: il copricapo me l'ha regalato Flavio (si riferisce a Flavio Del Pidio ndr), in un periodo in cui mi si erano allungati i capelli e mi serviva qualcosa per tenerli fermi. Siamo entrambi grandi appassionati di Naruto - io in particolare ho nel cuore Sasuke. La sciarpa, invece, è un dono dei miei nonni, che non ci sono più: la porto come ricordo nei loro confronti.
Poi, sì, c'è anche una buona dose di mania di protagonismo, che non nego. In quel momento mi aiuta a darmi coraggio, a convincermi di avere qualcosa in più rispetto all'avversario - un po' come le trasformazioni degli anime, quelle vere e proprie forme finali. Ogni torneo importante può essere una saga diversa, e in un certo senso "assumo" forme diverse per ciascuna. Fa un po' ridere, lo ammetto, ma funziona.
Sei indubbiamente iconico. Se ci penso, dopo la vittoria del NAIC, hai pubblicato una foto mentre mangiavi un piatto di spaghetti aglio, olio e peperoncino a mezzanotte, con i trofei sia dell’EUIC che del NAIC stesso. Eri appena tornato in Italia. Quel gesto, apparentemente semplice, dice molto di te.
Beh, c'è un lavoro enorme dietro un'impresa come vincere un Internazionale. E a un certo punto è importante fermarsi, guardarsi indietro ed essere fieri di quello che si è fatto, perché altrimenti rischi di non apprezzare abbastanza il percorso. Essere fieri di sé stessi è molto importante. Non si tratta di autocelebrarsi, ma di ricordare anche i momenti positivi.
Tendiamo naturalmente a concentrarci sui momenti negativi; bisogna ricordarsi anche di celebrare quelli positivi. Quella foto, con gli spaghetti, arrivava in un momento di riposo finalmente conquistato, dopo tanto lavoro e dopo essere tornato a casa: mi sono potuto fermare un attimo ad ammirare quello che avevo fatto, con un bel piatto di pasta. Anche questo, alla fine, lascia bei ricordi.
Da Scarlatto e Violetto a Pokémon Champions
Come hai vissuto il passaggio dalle ultime Reg della generazione di Scarlatto e Violetto a Pokémon Champions, con il ritorno in auge delle Megaevoluzioni? E cosa ti ha portato in più Pokémon Champions rispetto a Scarlatto e Violetto e i precedenti metagame che hai giocato?
Il cambiamento l'ho apprezzato, è stata una boccata d'aria fresca. Su Scarlatto e Violetto avevamo vissuto l'ultimo periodo con metagame un po' riciclati, diventati stagnanti verso la fine. Il ritorno delle Mega, con applicazioni diverse rispetto al passato, mi ha stimolato in modo molto positivo. Il gameplay di fondo, comunque, resta quello: nei pochi tornei giocati finora su Pokémon Champions, i giocatori più forti sono rimasti gli stessi. I fondamentali del VGC non cambiano.
Il cambiamento più sensibile è stato semmai rispetto all'era della Dynamax: quella sì che era un gioco diverso. L'assenza della Teracristallizzazione ha tolto una variabile importante - non voglio dire che abbia reso il gioco più semplice, ma di sicuro alcuni matchup che con la Tera potevi "flippare" a tuo favore, in quanto potevi usarle come arma di coinflip nel caso di matchup sfavorevoli, adesso richiedono molta più fatica per essere recuperati. Credo sia una scelta voluta dagli sviluppatori: partire con meno variabili per accompagnare per mano i nuovi giocatori, o quelli che tornano dopo una pausa, per poi aumentarle man mano che il gioco matura. Lo stesso vale per l'accessibilità generale: prima dovevi allevare e costruire i tuoi Pokémon da zero, oggi è tutto molto più immediato, un miglioramento di quality of life enorme, senza controindicazioni.
Anche la rimozione degli IV, come previsto da molti, non ha stravolto gli esiti delle partite, ha rimosso delle variabili (magari giochi delle IV per rendere volutamente un Pokémon base stats di speed, solitamente più lenti di altro o più veloci, per esempio il tuo Incineroar più lento di Kingambit). Ne ha aperte di nuove: ad esempio nelle nature "aperte”, nelle liste a squadra scoperta, un giocatore giapponese ha usato Kingambit con natura Audace, che riduce la Velocità, e con statistiche con quasi Max Velocità; significa che questo Kingambit, quasi al massimo della Velocità possibile, resta più veloce dello stesso Kingambit con natura neutra: un piccolo inganno che funziona proprio perché con le liste aperte l'avversario vede la natura ma non ne coglie l'implicazione reale. Idea geniale, e un bell'esempio di quanto ci sia ancora da scoprire in questo formato.
Si possono fare tanti tecnicismi, questo è il bello di Pokémon.
Il possibile meta del Mondiale
Attualmente giochiamo in Reg M-B. Rispetto alla Reg M-A, sono state introdotte nuove Megaevoluzioni. Sono cambiate le carte in tavole: si sono sviluppati nuovi archetipi, oppure non ci sono stati grandi stravolgimenti nel metagame attuale?
In realtà diversi equilibri si sono spostati. Garchomp, per esempio, con l'oggetto Assorbisfera (Life Orb) è tornato a fare danni incisivi. Grazie all’Assorbisfera alcuni matchup prima proibitivi oggi sono più gestibili: Toxapex, per esempio, prima quasi bloccava completamente Garchomp, mentre adesso riesce a fare danni concreti anche alle sue resistenze. Questo rende più forti anche gli archetipi offensivi in generale.
C'è stato un netto buff alla Rain, la squadra impostata sulla pioggia: Mega Swampert è diventato un ottimo Pokémon di supporto, anche perché non ci sono validi Pokémon Erba nel formato a contrastarlo, e Grimmsnarl, prima considerato scarso, oggi è molto valido grazie a Monito (Parting Shot), che permette di far entrare in sicurezza il proprio "setter" di pioggia proprio dopo che un Charizard avversario, ha megaevoluto. Prima, se mandavi in campo un Pokémon debole al fuoco e l'avversario rispondeva con la Mega di Charizard, la partita era già persa; oggi, rispondendo con Grimmsnarl, ti assicuri il meteo a tuo favore. Non a caso la Rain ha vinto anche un torneo importante nell'ultimo periodo.
Anche l'archetipo iper-offensivo con Mega Raichu Y, ribattezzato "Mega Pikachu" dalla community, sta emergendo: il mio compagno di squadra Joji Kaieda ha raggiunto la finale di un torneo online pochi giorni fa con una squadra costruita attorno a lui. È un Pokémon poco plastico e flessibile, giocabile praticamente con un solo set e che richiede necessariamente la Mega, non lo si può abbinare, per esempio, a un'altra Mega nella stessa squadra, ma garantisce una pressione offensiva fortissima.
Riassumendo: l’archetipo con Rain, l’archetipo di Mega Raichu Y e ovviamente i vecchi team già forti della Reg M-A, BigSix e AeroZard, che sono stati potenziati con l’introduzione dell’Assorbisfera.
Infine, sono anche emersi anche i team con Mega Staraptor, che al momento non saprei dove piazzare.
Secondo la tua esperienza, provando ad ipotizzare il meta dei Mondiali di San Francisco, quali mega ti aspetti che vengano usate? E qualcosa che è attualmente di nicchia, secondo te, potrebbe dire la sua? O comunque, qualcosa di interessante, che molti sottovalutano, ma che può uscire fuori?
I giocatori al Mondiale tendono spesso a rischiare tutto. Mi aspetto che alcuni giocatori possano rischiare molto sul team building, proprio perché sanno che quello può essere il loro modo per ottenere un upset: costruire un team capace di rompere gli equilibri e sorprendere gli avversari, magari sfruttando matchup favorevoli contro ciò che giocano i player più forti.
Per questo credo che vedremo sicuramente tanti team innovativi. Lo stesso Wolfe Glick, ultimamente, ha portato delle cose piuttosto particolari, soprattutto in un meta in cui tendono a vedersi sempre gli stessi Pokémon. È riuscito a creare delle composizioni molto interessanti, come abbiamo visto nei due tornei in cui ha utilizzato il nuovo Mega Steelix.
Ci sono quindi giocatori che puntano molto sul fattore sorpresa, cercando di portare team che gli avversari magari non hanno mai testato. Dall’altra parte, chi gioca i team più standard ha il vantaggio di aver provato a lungo contro i principali archetipi e di avere già un piano di gioco, perché magari ha giocato quella partita cento volte.
Comunque, al Mondiale vedremo sicuramente delle cose particolari. Qualche previsione di può fare: i Pokémon che possono effettivamente creare degli upset sono abbastanza identificabili. Penso, per esempio, a Mega Staraptor: è un Pokémon che in realtà è già forte anche senza la Mega, grazie ad Prepotenza (Intimidate) e ha Ventoincoda (Tailwind) e può essere utilizzato in maniera intelligente come supporto. Allo stesso tempo, la sua Mega Evoluzione è molto pericolosa e può facilmente iniziare a fare snowball, quindi bisogna stare molto attenti.
Un altro Pokémon che terrei d'occhio è Mega Raichu Y: è un qualcosa di completamente nuovo, un Pokémon che non abbiamo mai avuto prima, e secondo me potrebbe riuscire a fare cose particolari e imporsi nel formato. Quindi, se dovessi scegliere delle wildcard per il Mondiale, probabilmente punterei proprio su questi due.
Tra le Mega evoluzioni, le meccaniche e i Pokémon preferiti di sempre
Tra le nuove Mega introdotte in Pokémon Leggende Z-A, ce n'è qualcuna di interessante che aspetti che sia inserita in Champions?
Molto dipenderà dall'abilità, che ancora non conosciamo. Per i Pokémon di nuova introduzione, quindi è presto per dirlo con certezza. A livello di gusto personale, ti direi Mega Heatran: l’ho giocata in passato, nella sua forma base e mi attira molto.
In un ipotetico formato Uber sarei curioso di vedere Mega Zygarde - mi piacciono i Pokémon Uber con moltissimi HP, come Terapagos, in quanto sono complicati da giocare - in un team incentrato su di lui, in quanto ha varie fome, è capace di recuperare punti salute e complicare parecchio i calcoli offensivi dell'avversario, e poi ha una mossa Drago che colpisce anche i tipi Folletto. Lui sarebbe molto interessante da vedere.
Poi ci sono le Mega Z, e anche quelle, bisognerà capire di che pasta sono fatte. Mega Garchomp Z è particolare: rimuovendo la stessa tipologia Terra diventa quasi impossibile sbagliarla come scelta. Tra le vecchie Mega, non uscite ancora su Pokémon Champions, mi aspetto di rivedere Mega Salamance: la Stab Volante è forte e al momento poco presente nel gioco - sarebbe utile sia contro gli altri Draghi sia contro Charizard.
Lasciando perdere un attimo i Pokémon leggendari e semi-leggendari, è interessante Mega Baxcalibur, perché già parte con 700 starts di base al totale; quindi, potrebbe essere molto potente e bisogna vedere cosa ci faranno. Mi incuriosisce anche Mega Tatsugiri: è stato reso più resistente e sarebbe interessante vedere come possa essere giocato in combinazione con Dondozo.
E la tua Mega preferita di sempre, guardando al design e anche all’affetto personale?
Sembrerà una risposta scontata, ma è Mega Aerodactyl, di cui sono un grandissimo fan fin dal 2019 – insieme a Davide Fazio, oggi mio compagno di squadra, costruimmo insieme un team su Mega Aerodactyl e aveva la mossa Caduta Libera (Sky Drop) usata per bloccare i Pokémon in volo. Era un team bellissimo e lo usammo in modo molto particolare nel formato Uber di Ultra Sole e Ultra Luna che prevedeva l’uso di due leggendari. Quando poi è tornato giocabile, Davide l'ha rigiocato per primo e io l'ho seguito a ruota. Con questa Mega, tra l'altro, ho ottenuto il mio miglior risultato competitivo fino a oggi. Quindi, per tutti questi motivi, a livello personale, ti direi assolutamente Mega Aerodactyl.
E poi Mega Mawile: non solo per il design, ma perché è stata la prima Mega che ho usato, nel 2014, spammata all'infinito sul Battle Spot con migliaia di partite, quando ero ancora un bambino.
Se guardi alle meccaniche giocate finora, Megaevoluzioni, Tera, Dynamax, Mossa Z, quale ti ha divertito di più e trovi più stimolante da giocare?
La Dynamax era incredibile! Gli haters potranno dire quello che vogliono, ma secondo me la Dynamax ci ha fatto raggiungere un'ebbrezza incredibile: permetteva di costruire squadre fuori di testa, di rendere bulky Pokémon che altrimenti non lo sarebbero mai stati: penso a Regieleki, che tankava. Era anche molto skillata, perché la meccanica durava solo tre turni: bisognava fare una vera economia delle risorse per capire quando attivarla. Ho un bel ricordo legato alla Dynamax anche perché coincise con il periodo della pandemia – storicamente un brutto momento – ma il gioco, con quella meccanica, era davvero divertente da giocare. La considero una delle meccaniche migliori che abbiamo avuto: rompeva gli schemi del VGC come lo conoscevamo, rendendolo quasi un gioco diverso. Proprio per questo, secondo me, resta la mia preferita.
E Pokémon preferito di sempre, se ne hai uno?
Omanyte. È diventato il mio "spirito guida" perché un mio amico, Luca Lussignoli, disse una volta che abbiamo lo stesso sguardo vuoto e perso – e da lì l'ho fatto mio, lo porto nel cuore. Poi ti direi Basculeigon: un altro gran bel Pokémon! Aggiungo che sono un grande appassionato dei Pokémon di tipo Acqua e mi piacciono molto i Pokémon Tartaruga. Blastoise, a cui sono affezionato, con cui vinsi il mio primo grande torneo online, Terapagos, anche, poi Torkoal, Turtonator. Per cui Omanyte, Basculeigon e tutti questi Pokémon testuggini sono i miei preferiti.
Quando cresci a pane e Pokémon
So che hai iniziato a competere ufficialmente nel lontano 2011. Praticamente, quando eri solo un bambino. Come sono stati i tuoi primi passi nel mondo del competitivo?
Ho iniziato a giocare a Pokémon da piccolo, seguendo i miei fratelli maggiori Andrea e Luigi che già giocavano. Ho preso tanto da loro, e appena ho avuto l'occasione ho voluto unirmi. Ho cominciato con Pokémon Platino a cinque anni, senza ancora saper leggere: ho imparato a giocare a Pokémon prima di imparare a leggere!
Nel 2011 si è semplificato il modo di giocare le partite online, con il Battle Spot introdotto su Nero e Bianco, e da lì ho giocato un numero spropositato di partite, pur avendo pochi Pokémon a disposizione: era difficile, per me, procurarmi determinati Pokémon di generazione: mi viene in mente Politoed con l’abilità nascosta Piovischio, uno dei più forti del formato, o più avanti a Landorus, Thundurus, Heatran, Cresselia, che non avevo. Ho comunque sempre cercato di avere la squadra più competitiva possibile con i mezzi disponibili.
Nel 2013 mi iscrivevo alle gare online sul Pokémon Global Link oggi sostituito da Play! Pokemon – anche in singolo, ogni uno o due mesi. Quel periodo mi ha formato molto sulla conoscenza degli strumenti, delle mosse e dei set: ancora oggi, quando vedo un Pokémon, ricordo a memoria il suo movepool, le statistiche base, le abilità – frutto del tempo speso in quegli anni. Sempre nel 2013 ho giocato il mio primo torneo dal vivo, al Pokémon Day di Mirabilandia, nella categoria Junior, ripetuto anche nel 2014.
Il 2014 è stata la vera svolta: con Pokémon X e Y arrivò l'accesso alla GTS direttamente dal gioco, e io - da bambino - iniziai a trovare modi intelligenti per avere dagli altri utenti delle uova o Pokémon con abilità nascoste. Il primo che ottenni così fu Politoed con Piovischio, il mio Sacro Graal, che su Nero e Bianco non potevo avere perché non sapevo come procurarmi l'abilità nascosta. Costruii così il mio piccolo esercito di Pokémon competitivi e cominciai a impostare i primi team completamente da solo, provando di tutto per tentativi. Il vantaggio di non essere stato "contaminato" presto dalla community in tenera età è stato proprio questo: per molto tempo ho provato a vincere con squadre completamente mie, e questo mi ha fatto crescere molto dal punto di vista del team building – sono ancora oggi uno dei pochi giocatori che costruisce le proprie squadre da solo, senza copiarle.
Nel 2017 ho partecipato alla Team Aqua Academy (il nome della primissima edizione, di quella che oggi è la TARL – Team Aqua Research Lab ndr); ricordo che insieme a Davide Fazio, oggi mio compagno di squadra, Alessandro Tucci e altri ragazzi con cui poi mi sentivo ogni giorno su Discord alle tre del pomeriggio, ho smesso di avere problemi nel procurarmi i Pokémon. Sono entrato più nel giro della community.
Il mio primo torneo fuori dall'Italia, però, l'ho giocato solo nel 2022. Nel frattempo, con la pandemia, i tornei si sono spostati online, e questo è stato decisivo: mi ha permesso di misurarmi con i migliori senza dover viaggiare, di allenarmi contro di loro, e quando ho iniziato a vincere tornei online importanti ho capito che, una volta riaperti i tornei dal vivo, me la sarei potuta cavare. Da lì è iniziata la mia carriera da competitor nei più grandi tornei internazionali.
La forza della famiglia
All'inizio, c'era qualcuno che non capiva questa passione, che poi con il tempo sarebbe diventata un lavoro?
Ora sono miei più grandi sostenitori, ma all'inizio i miei genitori erano titubanti. Voglio dire, all’epoca dire che eri un giocatore professionista era una cosa stranissima. Noi siamo stati anche un po' dei pionieri, in Italia, in un ambito che allora non esisteva come professione; oggi invece, questa cosa è stata abbastanza sdoganata perché in Italia ci sono diversi giocatori professionisti.
È vero, prima c’era una sorta di stigma nei confronti di chi giocava competitivo. Non veniva ben compreso il discorso.
Esatto. Io però non me ne sono mai fatto un problema, ho sempre giocato a testa alta senza vergognarmene, non ho mai avuto paura di ammetterlo, ma capisco che allora ci fosse uno stigma verso chi giocava a Pokémon, associato allo stereotipo del nerd. Oggi invece tutto è completamente cambiato: la cultura nerd è esplosa, oggi domina i media. Questo ha reso anche la community più popolare.
E a un certo punto, in famiglia, cosa ha fatto cambiare idea sul fatto che potessi intraprendere questa strada?
Devo molto ai miei fratelli. Mio fratello maggiore, Luigi, che giocava a sua volta a livello competitivo, ha capito presto che avevo del talento e mi ha seguito tantissimo, facendomi da sponda in casa nei momenti in cui i miei genitori, giustamente, chiedevano priorità allo studio. E poi mio fratello Andrea, sempre estremamente presente in quello che facevo. Essere il più piccolo, con fratelli maggiori che ti spingono e ti spianano la strada, è stato fondamentale: ho avuto le condizioni giuste per inseguire questa passione fino in fondo e trasformarla in un lavoro.
Il capitolo Team Aqua e il ruolo di capitano
Mi hai raccontato che nel 2017 hai partecipato alla primissima edizione della Team Aqua Academy. Ora fai parte del Team Aqua. Quanto ha influito il far parte di di un team nella tua crescita, sia come giocatore che come persona?
Il Team Aqua mi ha dato una spinta enorme fin dal 2017, in particolare con Davide Fazio, quando abbiamo iniziato a giocare insieme: sono stati loro ad aprirmi alla community, a spiegarmi come partecipare ai tornei locali, a togliermi la paura iniziale di andare a competere fuori casa, e a darmi un gruppo che è sempre stato dalla mia parte. Ricordo con piacere i pomeriggi iniziati alle 15:00, fissi su Discord, con Davide Fazio e Alessandro Tucci. Questo è stato fondamentale, prima ancora dell'ingresso formale nel Team, avvenuto nel 2018.
Prima di allora avevo sempre cercato da solo, su internet, ogni traccia di community: da bambino cercavo su YouTube partite di VGC che semplicemente non esistevano online. Va detto che l'accesso alle informazioni, allora, era molto più difficile di oggi: la nicchia era piccolissima, la barriera d'ingresso enorme.
Altre persone che hanno contribuito molto alla mia crescita competitiva sono Leonardo Bonanomi e Vincenzo Ciliberto: quest’ultimo diventato per anni è stato il mio compagno di testing fisso, con cui ho fatto un salto di livello enorme. Negli ultimi tempi, si è creato anche un legame più stretto con Flavio (si riferisce a Pado, Flavio Del Pidio ndr).
Quanta responsabilità senti nell’essere il capitano del Team Aqua?
L'ho fatto per tanti anni e lo sono tuttora. Parlare di responsabilità di capitano, in una competizione come la VCL, non la sento tale. L’ho proposta io stesso quest’anno di farla, principalmente per avere un'attività da fare tutti insieme: il nostro è uno sport individuale, e avere un pretesto per collaborare come squadra invoglia tutti a mettersi in gioco insieme. L'avevamo già fatta in passato, e quest'anno abbiamo deciso di rifarla, affiancato da Carmine (Carmine Ragone ndr), che si è preso gran parte del lavoro organizzativo dietro le quinte. Le decisioni finali, comunque, le abbiamo sempre prese insieme. Non l'abbiamo giocata specificamente per vincerla. L'abbiamo usata soprattutto come banco di prova per le squadre, ma alla fine l'abbiamo vinta comunque, con una bella rimonta dal terzo al primo posto, e questo l'ha resa ancora più soddisfacente.
Tra consigli da dare a sé stessi, agli altri e a chi comincia
Se dovessi tornare indietro nel tempo, che cosa diresti a quel bambino che ha preso per la prima volta la console in mano? Avresti mai pensato di essere arrivato dove sei oggi?
All’inizio no, ma ho sempre preso il competitivo molto seriamente, per cui ero consapevole che prima o poi ci sarei arrivato. Possono pensare che sia presuntuoso, ma perché banalmente non mi conoscono. C’è sempre stato molto lavoro dietro e ci ho dedicato una vita; quindi, ne parlo sempre con tantissimo orgoglio ed interesse. All’occhio esterno sembra io sia un tipo spavaldo, ma in verità le persone non sanno quanto lavoro c’è dietro. In generale, ci ho sempre creduto. Anche quando non credi di essere un campione, devi in verità credere di esserlo per poterlo diventare: avere un po’ di ego non guasta. Inoltre, il nostro gioco è molto dispendioso a livello di energie. Per cui, devi essere forte, sia mentalmente che fisicamente. E ogni volta devi sempre dimostrare di esserlo, alzando l’asticella, non è una cosa semplice. Devi sempre stare avere il coltello tra i denti. E devi imparare anche a credere di avere qualcosa in più rispetto agli altri.
E sempre in questo viaggio nei tempi lontani, che consiglio daresti al Ciccio del passato?
Nessuno. Gli direi semplicemente di continuare a fare quello che sta facendo, senza interferire con il suo percorso: bisogna anche imparare sbagliando. Se potessi tornare al giorno della finale persa a Stoccarda e cambiare qualcosa, non lo farei: quella sconfitta mi ha insegnato tanto, ed è servita a costruire, tra le altre cose, la vittoria del NAIC. Non interferirei con il processo.
C'è un insegnamento appreso sul campo da gioco che ti è tornato utile anche nella vita di tutti i giorni?
La pratica: più tempo dedichi a una cosa, meglio ti verrà. Questo gioco mi ha insegnato che posso fare qualunque cosa, se ci dedico il numero giusto di ore e il giusto interesse: mi ha aperto molto la mente in questo senso, mi porta a credere di poter riuscire in qualsiasi cosa se riesco a mettermici con la testa.
Che consiglio ti senti di dare a chi sta muovendo i primi passi nel VGC e magari sogna di ripercorrere la tua stessa strada?
All'inizio bisogna sbatterci la testa il più possibile: il consiglio migliore è non fermarsi alle difficoltà, ma assaporarle. Andare a un torneo e chiudere con un punteggio disastroso è, secondo me, molto formativo, se lo si sa trasformare in apprendimento. L'unica cosa che separa un giocatore alle prime armi da un giocatore più forte ed esperto è la volontà di non essersi mai fermato. E ovviamente il numero di partite giocate: se io e un principiante prendessimo la stessa squadra, a fare la differenza sarebbero le decine di migliaia di partite in più che ho alle spalle, ammesso che ci si metta anche il minimo di apprendimento necessario nel capire mosse e turni. È una cosa dimostrata più volte da giocatori che, avendo avuto periodi di tempo libero da dedicare al gioco, hanno raggiunto vette altissime che nessuno si aspettava. Chi vuole davvero migliorare, e continua ad andare a muso duro senza fermarsi ai primi ostacoli, può arrivare dove vuole.
I ricordi da conservare nel tempo, guardando al futuro
Se dovessi scegliere un singolo momento di questa stagione da chiudere in una capsula del tempo, per ricordarti in futuro, quale sceglieresti?
C'è una foto che mi ritrae, scattata da mio cugino Alfredo, anche lui parte fondamentale della mia crescita come giocatore. Stavamo tornando insieme da Torino in macchina, dopo un torneo da cui ero uscito amareggiato, una settimana prima del NAIC. Nell'abitacolo stavano guardando tutti insieme la finale di quel torneo; io non riuscivo a guardarla. Alfredo si è fatto un selfie dal sedile davanti, con me sullo sfondo che guardavo il paesaggio dal finestrino: uno sguardo furioso, arrabbiato, acceso, quasi "fumante", ansioso di rimettere mano alla prossima opportunità. Poco dopo ho vinto il NAIC. Quella foto, riguardandola oggi, ha un impatto molto potente.
Guardando avanti, dopo tutto quello di cui abbiamo parlato: cosa c'è ora nel mirino di Francesco Pero?
Non è mai cambiato: l'obiettivo resta vincere il Mondiale. Non cambia niente nemmeno dopo la vittoria del NAIC. La vittoria dell'Internazionale è stata più un sollievo che una vera gioia - il coronamento di una stagione lunghissima e molto sofferta, per quanto mi sono dovuto sacrificare per arrivarci. Ma il NAIC era semplicemente un passo, una pietra miliare nel percorso verso il Mondiale: gli occhi sono sempre stati puntati solo su quello, prima e dopo. Anche l'esultanza, in realtà, era più legata al fatto che fossero finiti gli avversari da affrontare in quel torneo specifico, che a un vero senso di compimento.
Chi è Francesco, oltre il gioco
Quando spegni la console: chi è Francesco, al di là del giocatore che tutti vediamo e conosciamo?
Sono un ragazzo normalissimo di 23 anni. Dico sempre a tutti che mi sento troppo sopravvalutato infatti: di sicuro non ho cambiato il pianeta come hanno fatto altre persone. Sono uno che ha una passione spropositata per questo gioco, e per il resto fa la sua routine: la famiglia, il tempo con gli amici e con i fratelli, molto regolare. L'unica cosa fuori scala è la passione.
Questo è dovuto anche al fatto che in questo gioco, come in ogni sport, si vince o si perde, tendo ad essere sempre alla ricerca di quel tipo di sensazione nella vita di tutti i giorni: sono abbastanza competitivo e risoluto nelle mie giornate, cerco sempre un punto di svolta, qualcosa che mi faccia avanzare - quasi come se la vita stessa diventasse un videogioco, con le sue medaglie di palestra prima di affrontare la Lega. Vivo un po' così: sempre con qualcosa da scalare, una montagna dopo l'altra. Non sono, insomma, il protagonista di un gioco di ruolo con poteri incredibili: vivo nella mia ordinarietà, e cerco sempre di divertirmi nel processo, perché quello che faccio è comunque piuttosto stressante, e se non ci si diverte tutto diventa solo un peso.
Alla fine, sono un ragazzo normalissimo, solo con una passione sproposita, che ci ha creduto più di altri.

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