
ROAD TO SAN FRANCISCO: EDUARDO CUNHA
AquaDex Entry N°5: "It's not about being the best. It's about being the best version of myself"
INTERVISTA
Black_Vanille - Beatrice
8/14/202613 min read
Eduardo Cunha: quando la vetta cambia significato
Ci sono sensazioni che non se ne vanno.
Puoi imparare a conoscerle, puoi provare a gestirle, puoi persino arrivare a pensare di averle finalmente messe al loro posto... eppure, quando arriva il momento, tornano. L'ansia è una di queste, la senti arrivare prima ancora che accada qualcosa. Non sai esattamente se sarà qualcosa di bello, o qualcosa di brutto, ma il tuo corpo sembra saperlo prima di te. Il cuore accelera, la mente comincia a correre, l'attesa diventa quasi più importante di ciò che stai aspettando.
È una sensazione che, a quanto pare, conosce bene anche Eduardo Cunha.
E... forse, è proprio questo il primo dettaglio che mi colpisce quando iniziamo a parlare. Non il campione del mondo, non il giocatore che da anni frequenta i palcoscenici più importanti del VGC, non i risultati, le vittorie, le Top Cut: semplicemente Eduardo.
Sei ancora nervoso prima di un torneo? Anche adesso?
«I still have that very much, and I also still have the nerves.»
Lo dice quasi con naturalezza, come se fosse la cosa più normale del mondo. E, in fondo, lo è.
«It's not necessarily because of the result, or because I don't think I'm capable. It's more like an anxiety before something good or bad happens. Before something big happens, you get anxious, right?»
Già. Prima di qualcosa di grande, ci si agita; non importa quante volte ci sei già passato, non importa quante volte hai già giocato quella partita, affrontato quel palco, attraversato quei giorni, perché l'emozione rimane. Quello che cambia, forse, è il modo in cui impari a starci dentro.
«I'm definitely more mature. The way I see things has changed in general. I think I'm healthier in handling these emotions, and I'm also healthier in life in general.»
È una frase che mi rimane in testa, perché parlare di maturità nel competitivo è facile, ma è molto più difficile è capire cosa significhi davvero; per Eduardo non sembra voler dire diventare meno emotivo e non significa smettere di avere paura... Significa, piuttosto, imparare a non confondere quella paura con la propria capacità di giocare.
È qui che, forse , comincia il nostro viaggio: non dalla vetta, ma da tutto quello che c'è prima.
La strada verso la cima
Prima di diventare campione del mondo, Eduardo aveva già costruito una carriera che molti giocatori avrebbero considerato straordinaria; eppure, per anni, il Mondiale è rimasto lì, in alto, come una cima che si ammira da lontano, ma che sembra sempre un po' più difficile da raggiungere quando inizi davvero a salire.
Hai inseguito quel titolo per così tanto tempo. Come hai fatto a non trasformarlo nell'unica cosa che contava?
La risposta, forse, sta proprio nel modo in cui Eduardo ha imparato a guardare a ciò che aveva già fatto.
«I was happy and proud of everything I had accomplished besides winning Worlds before winning Worlds.»
Prima ancora di vincere, era già orgoglioso di quanto realizzato fino a quel momento ed è un concetto meno scontato di quanto sembri. Quando insegui qualcosa per tanto tempo, il rischio è quello di permettere a quel qualcosa di diventare il metro con cui giudichi tutto il resto. "Se vinco, allora è andata bene. Se perdo, allora non è abbastanza. Se arrivo vicino, ma non ci riesco, allora devo ricominciare". Eduardo ha imparato, invece, che il percorso aveva valore anche senza la cima.
«I know that I have to be not only one of the best, but also be the best on that day.»
Non basta essere forti. Non basta essere preparati. Non basta nemmeno essere uno dei migliori giocatori del mondo. Devi esserlo proprio quel giorno, in quelle partite, contro quegli avversari, con quel metagame, con quella squadra, con quelle decisioni. Puoi prepararti per anni, ma non potrai mai controllare completamente il momento in cui dovrai dimostrare ciò che hai costruito.
«It's so unlikely and so difficult that I just knew that I couldn't possibly pressure myself to win it. And I think that's what helped me the most.»
Forse, per arrivare in cima, Eduardo ha dovuto prima smettere di guardarla continuamente.
E poi, improvvisamente, ci sei
Il 2019 è arrivato. Il titolo è arrivato. La cima, quella che per tanto tempo era sembrata lontana, era finalmente sotto i suoi piedi.
E quando succede? Cosa rimane?
Perché c'è una cosa che nessuno racconta abbastanza dei traguardi: il momento in cui li raggiungi dura pochissimo e improvvisamente devi capire cosa fare con tutto quello che avevi costruito per arrivare fin lì e forse è proprio questo il punto in cui un giocatore cambia davvero.
Prima c'è una domanda molto semplice: come faccio ad arrivarci? Dopo, quella domanda non esiste più. Dopo aver vinto il Mondiale, cosa diventa importante?
Eduardo non sembra aver trovato una risposta definitiva e forse non deve farlo, perché una carriera competitiva non è una linea retta. Ci sono stagioni in cui insegui un risultato, altre in cui cerchi di ritrovare te stesso come giocatore, altre ancora in cui semplicemente vuoi vedere fin dove puoi arrivare davvero e il risultato smette di essere l'unica misura possibile.
«It's not about being the best. It's about being the best version of myself.»
Eccola, forse, la vetta. Non è più davanti a lui. È diventata qualcosa che porta con sé.
Il problema della cima
È curioso pensare a quanto sia diversa una montagna quando la guardi dal basso rispetto a quando finalmente la raggiungi. Dal basso è tutto molto semplice: c'è una direzione, c'è un obiettivo, c'è qualcosa da conquistare. Dalla cima, invece, puoi finalmente guardarti intorno e puoi accorgerti che il paesaggio è molto più grande di quanto immaginassi. Nel competitivo succede qualcosa di simile: quando hai un solo obiettivo davanti, ogni allenamento, ogni partita, ogni torneo può essere interpretato in funzione di quello. Quando lo raggiungi, devi imparare a dare un significato alle cose anche senza quella destinazione.
Ecco, quindi, che la maturità di cui parlava Eduardo diventa qualcosa di concreto. Non significa smettere di voler vincere, anzi! La voglia di vincere rimane, ma non è più necessario che una vittoria stabilisca quanto vali, perché comunque, giocare conta ancora, semplicemente, non è più tutto.
Sei Pokémon non sono mai soltanto sei Pokémon
Poi, inevitabilmente, torniamo al gioco. Perché per quanto sia interessante parlare di pressione, maturità e risultati, alla fine Eduardo continua a sedersi davanti a uno schermo con sei Pokémon davanti. E lì, avviene la magia.
Quando costruisci una squadra, qual è il momento in cui capisci che è davvero pronta per un torneo?
Non esistono regole prestabilite. Una squadra nasce da un'idea, ma cresce attraverso il dubbio. La provi, ma non funziona, poi la cambi e… funziona contro qualcosa che avevi previsto, ma improvvisamente crolla contro qualcos'altro. Allora la modifichi ancora. È un processo quasi circolare: teoria, pratica, errore, correzione. Di nuovo. E ancora. Eduardo spiega molto bene che il momento in cui un team diventa veramente pronto non è quello in cui smette di perdere. È quello in cui inizi a capire perché perde. Questa è una differenza enorme. Perché significa smettere di chiedersi soltanto se una scelta sia buona o cattiva e cominciare a chiedersi cosa ci sia dietro. Quale informazione avevi? Quale informazione mancava? Cosa pensavi avrebbe fatto l'avversario? Quanto eri disposto a rischiare? E soprattutto: rifaresti la stessa scelta, sapendo quello che sai adesso?
Scacchi, poker e quel piccolo margine di incertezza
A un certo punto il discorso prende una direzione che, apparentemente, con Pokémon c'entra poco. Scacchi. Poker. Due mondi molto diversi, ma sorprendentemente utili per spiegare il competitivo. Gli scacchi hanno una caratteristica fondamentale: tutto quello che devi sapere è davanti ai tuoi occhi. La scacchiera è lì, i pezzi sono lì, l'avversario vede ciò che vedi tu. Nel competitivo Pokémon non funziona così. Non sai tutto. Devi interpretare. Devi costruire una lettura. Devi cercare di capire cosa possa esserci dietro una scelta dell'avversario e poi devi decidere. È qui che il paragone con il poker diventa interessante, perché non esiste sempre la giocata perfetta, ma esiste la giocata migliore con le informazioni che hai in quel momento a tua disposizione e questa prospettiva cambia completamente il modo di guardare a una partita. Perché puoi prendere una decisione corretta e perdere, o puoi prendere una decisione sbagliata e vincere. Il risultato non è sempre la prova della qualità della scelta.
E forse è proprio questo uno degli aspetti che rendono il competitivo così crudele, ma anche così affascinante.
Quando perdere non significa aver sbagliato
C'è una domanda che, parlando con un giocatore del livello di Eduardo, viene quasi naturale.
Come fai a capire quando una sconfitta può aver dipeso da una tua decisione, oppure, quando, invece, semplicemente non potevi fare altro?
La risposta si può ritrovare soltanto “analizzando la partita”, ma bisogna analizzare anche sé stessi perché una sconfitta può essere una scelta sbagliata, una previsione mancata, una preparazione insufficiente, ma può anche essere una situazione nella quale hai preso la decisione corretta e, semplicemente, le cose non sono andate dalla tua parte e questa differenza è fondamentale. Perché se attribuisci tutto alla sfortuna, non impari, ma, al contempo, se attribuisci tutto a te stesso, rischi di fare qualcosa di altrettanto pericoloso: convincerti che ogni risultato negativo sia una dimostrazione dei tuoi limiti.
Eduardo sembra aver trovato una via di mezzo. Essere critici, sì, ma essere spietati con sé stessi, no. Guardare le sconfitte, capire gli errori, ma anche imparare a riconoscere ciò che non poteva essere controllato. È una forma di disciplina. E, forse, anche questa è maturità.
Il metagame non aspetta nessuno
Poi il discorso torna dove è impossibile non portarlo: il campo, il metagame, i Pokémon che improvvisamente diventano ovunque, quelli che sembrano dimenticati e poi, quasi senza preavviso, ricompaiono quelli che tutti pensano di conoscere troppo bene.
Se dovessi scommettere oggi su un Pokémon o su un archetipo che non sta ancora ricevendo tutta l'attenzione che merita, su cosa punteresti?
È una domanda che mi piace perché obbliga a guardare oltre ciò che il metagame sta già dicendo. Non basta sapere cosa funziona oggi, bisogna chiedersi cosa potrebbe funzionare domani e soprattutto perché. È un modo di pensare che torna anche quando parliamo di Mega Gengar. Quanto pensi che ci sia ancora da esplorare attorno a Mega Gengar, al di là dell'utilizzo più immediato di Perish Song? La risposta non si ferma alla strada più conosciuta.
«I think Mega Gengar in general is very underrated.»
E poi aggiunge qualcosa di ancora più interessante:
«Different ways of using Mega Gengar, besides just Perish, can be very strong and people are not exploiting it much.»
Nel competitivo c'è sempre questa tendenza: prendere un Pokémon e associarlo immediatamente a un'unica idea e Gengar ne è un esempio molto concreto: quel Pokémon si gioca così, quell'archetipo funziona in quel modo. Ed è allora che qualcuno prova a spostare appena il confine per vedere cosa succede se si prende quella stessa pedina e la si utilizza in maniera diversa. A volte funziona e a volte no, ma Eduardo sostiene che ci si debba prendere il rischio.
Un nuovo gioco, un nuovo inizio
E poi arriva Pokémon Champions. Un'altra montagna: più piccola, o forse molto più grande. Ancora non possiamo saperlo. Quello che sappiamo è che, quando cambia il gioco, cambiano anche le certezze. E questo vale per tutti. Anche per chi ha già vinto il Mondiale.
E tu, in questo nuovo campo di battaglia, dove ti stai collocando? C'è già un archetipo, o una direzione che senti particolarmente tua, oppure stai ancora cercando di capire quale sia il modo migliore per affrontare questa nuova sfida?
La domanda, in fondo, contiene già una risposta: bisogna ricominciare a cercare.
«Champions has definitely been a revolution, and I'm very excited for it.»
La rivoluzione, però, non sembra aver cambiato il modo in cui guarda al gioco, ha cambiato piuttosto il modo in cui può viverlo.
«It doesn't really change how I see the game. It's changed how I get to play it.»
È una distinzione sottile, ma importante, perché Pokémon Champions gli permette di giocare più facilmente, praticamente ovunque, e soprattutto di allenarsi contro un bacino di giocatori molto più ampio.
«Now, I can just be on my phone anywhere and I can play»
Racconta, spiegando quanto questo abbia cambiato il suo modo di prepararsi, aggiungendo che anche gli avversari contribuiscono a questa sensazione.
«The opponents are also more immersed, so they're stronger and I get to play against Japanese players more often.»
Per un giocatore che ha costruito una parte enorme della propria esperienza proprio attraverso il confronto con gli altri, non è un dettaglio da poco… Ma c'è un'altra cosa che mi colpisce nella sua risposta: Champions è ancora un gioco in costruzione. Ci sono meccaniche da sistemare, bug da correggere, nuovi Pokémon e nuove Mega Evoluzioni ancora da scoprire; in virtù di questo, secondo Eduardo, siamo ancora lontani dall'aver visto tutto quello che Champions può diventare.
Trovo che per un momento, anche chi ha passato anni a studiare il VGC torna ad essere un esploratore: si prova, si sbaglia, si ricomincia, sulla base di quel che mi racconta Eduardo. L'esperienza può aiutarti a riconoscere più velocemente un pattern, può permetterti di non ripetere gli stessi errori, ma non può dirti automaticamente cosa succederà dopo e magari, da qualche parte, c'è già un Pokémon che aspetta soltanto che qualcuno si accorga di lui.
Cosa resta, quando hai già vinto?
Ripensando a tutta la nostra conversazione, mi accorgo che continuiamo a tornare sempre lì. Alla vetta, alla pressione, al risultato, a quel bisogno quasi istintivo di stabilire chi sia il migliore.
Eduardo sembra aver spostato la domanda: non significa che il risultato non conti più. Conta. Non significa che perdere faccia meno male (probabilmente no) e non significa nemmeno che prima di un torneo non ci sia più quella sensazione nello stomaco. C'è ancora, solo che adesso Eduardo sa riconoscerla e sa che non è necessariamente paura. Sa che non è necessariamente un segnale che qualcosa andrà storto. È semplicemente l'attesa. L'attesa prima di qualcosa di grande.
E forse è questo che cambia davvero quando cresci. Non smetti di sentire. Impari ad ascoltare ciò che senti senza permettergli di decidere per te. Lo stesso vale per il risultato. Dopo aver vinto il Mondiale, Eduardo si è trovato davanti a qualcosa che, forse, è persino più difficile da affrontare della pressione prima della vetta: capire cosa volesse fare una volta arrivato, perché quando hai passato anni a inseguire qualcosa, quel qualcosa rischia di diventare la tua unica misura… e quando finalmente lo ottieni, improvvisamente non c'è più.
Eduardo racconta di aver attraversato proprio quel momento. Dopo il titolo mondiale ha finito l'università, si è concentrato sulla propria vita e, quando è tornato, si è ritrovato quasi a non sapere più quale fosse il suo obiettivo, ma ha capito che non voleva necessariamente vincere ogni torneo: voleva essere dentro.
«I never wanted to miss out on Day Two again. I never wanted to be watching from the sidelines. I wanted to be part of it, even if I didn't win.»
Il valore non sta più soltanto nel risultato finale, ma nella possibilità di esserci, di giocare, di sentirsi parte di quel percorso e soprattutto di migliorare.
«It wasn't as much about being the best, but rather about being better now than I was before.»
La frase sembra quasi riportarci all'inizio dell'intervista, alla maturità, alla necessità di imparare a stare dentro alle proprie emozioni senza permettere loro di definire il proprio valore. E allora la domanda non è più soltanto quanto sei forte rispetto agli altri, perché come dice Eduardo, anche l'idea di essere “il migliore” è inevitabilmente legata a chi hai davanti.
«You can be the best player in the world and still not be good if everyone else is not good the same way. You can be really good and not be the best.»
A quel punto la soluzione diventa quasi naturale.
«I removed others from the equation. I just focused on myself.»
Ed è qui che arriva una delle frasi che, forse, più di tutte raccontano Eduardo oggi:
«It's not about being the best. It's not about being better than others. It's about being the best version of myself and improving on this.»
Non è più una gara contro gli altri. È un confronto continuo con la versione di sé che esisteva prima… forse è proprio questo che significa crescere nel competitivo, ma anche nella vita. Non smettere di voler vincere, ma smettere di avere bisogno che ogni vittoria dimostri qualcosa.
Una sconfitta non è un passo indietro
E se il risultato non è più l'unica misura, anche la sconfitta cambia significato: come hai imparato a lasciarti alle spalle una brutta partita, una cattiva previsione o magari anche un po' di RNG senza portarti tutto dietro nella partita successiva?
Eduardo non parla semplicemente di concentrazione. Parla di una capacità che bisogna allenare.
«We're playing a game. All that matters is that game.»
La partita diventa un puzzle.
«Whenever we feel like we're thinking about anything that isn't the game, we have to tell ourselves to focus on the game.»
E quando stai cercando di risolvere quel puzzle, tutto il resto deve sparire.
«When we're trying to solve that puzzle, nothing else in the world matters. But once it's done, it's done. You gotta focus on the next one.»
È un concetto semplice, ma difficilissimo da applicare quando sei dentro un torneo e una singola partita può improvvisamente sembrare enorme. Eduardo racconta di essersi ritrovato a pensare anche a Roger Federer e a una statistica che lo aveva colpito: persino uno dei più grandi tennisti di sempre perdeva una quantità enorme dei punti che giocava, eppure continuava a vincere.
Perdere un punto non significa perdere una partita e perdere una partita non significa necessariamente perdere il torneo.
«Failure is part of the process.»
Poi arriva la montagna, quella stessa montagna che abbiamo incontrato all'inizio, ma che qui assume un significato completamente diverso.
«A loss is never a setback in the tournament. It's like climbing a mountain.»
Ogni vittoria è un passo verso l'alto. Una sconfitta, invece, non ti fa tornare indietro.
«Losing doesn't make us take a step back. It just makes us stay in the same place.»
È un'immagine semplice, ma cambia completamente il modo di guardare al risultato: finché sei ancora dentro al torneo, la montagna è ancora davanti a te e non devi recuperare ciò che hai perso, devi semplicemente continuare a salire.
Eduardo racconta anche di ricordare perfettamente cosa si prova quando si viene eliminati e si guarda qualcun altro continuare a giocare.
«I wish I was in your shoes. I wish I was still in.»
Ed è proprio questo il pensiero da ricordare quando si perde una delle prime partite: puoi ancora vincere, puoi ancora salire e, soprattutto, non hai ancora motivo di guardarti indietro.
La prossima cima
E allora torno alla montagna. Quella che per anni è stata davanti a Eduardo. Quella che, per un periodo, sembrava avere un nome preciso: Pokémon World Championships.
Una volta raggiunta, però, la montagna non è scomparsa. Ha semplicemente cambiato significato.
Oggi la cima non è più soltanto un trofeo, bensì un quesito che potrei riassumere così: quanto posso ancora migliorare? Quanto posso ancora imparare? Quanto posso ancora cambiare senza perdere ciò che mi rende me stesso come giocatore?
Finché sei alla base, sai esattamente dove vuoi andare. Quando arrivi in cima, invece, devi avere il coraggio di guardarti intorno e scegliere una nuova direzione e in questa stagione lo ha dimostrato ancora una volta. Eduardo è tornato dopo una pausa dalle scene del competitivo sentendosi inizialmente lontano dal livello a cui era abituato, ma come era inevitabile e ben prevedibile, sono arrivati i risultati: tre Top Cut consecutivi, la qualificazione al Mondiale e la consapevolezza di essere riuscito a ritrovarsi, anche se ammette di non essere riuscito a prepararsi quanto avrebbe voluto.
«There was a lot going on in my life that didn't let me prepare as well as I wanted to.»
Credo che anche questo faccia parte della montagna: accettare che non tutti i passi possano essere perfetti e che a volte si salga più lentamente; alcune cose arrivano insieme, in modo imprevedibile. Eduardo ha ancora la voglia di fare bene, come la voglia di arrivare fino in fondo, e anche se la pressione, probabilmente, è ancora lì, oggi sa che non può lasciarle decidere il modo in cui giocherà.
«The more I pressure myself, the worse I'll do.»
Quello che può fare, invece, è cercare di mostrare la versione migliore di sé stesso.
«It's about doing, showing the best version of myself.»
Eduardo Cunha quella cima l'ha già raggiunta, l’ha già vista. Ha già conosciuto il rumore di un titolo mondiale, il peso delle aspettative, la soddisfazione di riuscire finalmente a trasformare anni di lavoro in qualcosa di concreto. Eppure, quando gli chiedo cosa significhi oggi essere un giocatore competitivo, la risposta non sembra parlare soltanto di Pokémon; parla di crescita. Di equilibrio. Di errori. Di consapevolezza. Di quella versione di sé stessi che, ogni volta, prova a essere un po' migliore della precedente. Alla fine, è proprio questa la parte più difficile del competitivo: non imparare a vincere, non imparare a perdere, ma imparare a capire cosa vuoi fare quando hai già raggiunto ciò che per anni hai inseguito, perché la vetta, una volta raggiunta, non è necessariamente la fine del percorso. A volte è semplicemente il punto da cui riesci, finalmente, a guardare più lontano. E forse Eduardo, oggi, non ha più bisogno di chiedersi quanto gli manca per arrivare. La domanda è diventata un'altra.
Non è più: “Come faccio a diventare il migliore?”
Ma: “Come faccio, oggi, a essere la versione migliore di me stesso?”
E forse è proprio questa la parte più difficile della montagna: non l’ arrivare in cima, ma trovare un motivo per continuare a salire, anche oltre quella vetta.

Contatti
C.F. 91600750151
P.IVA 12682620963
Social
Rappresentanti legali
TEAM AQUA ASD
Angelo Peruzzi - Presidente
Francesco Pardini - Vicepresidente
Francesco Puzone - Vicepresidente
teamaquavgc@gmail.com
teamaquaeventi@gmail.com
teamaqua.asd@legalmail.it
Affiliati a FIDE - Federazione Italiana Discipline Elettroniche
© 2024 TEAM AQUA ASD All Rights Reserved
